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venerdì 8 febbraio 2013

Lettera d'amore


Io ti dò i baci e tu le albicocche
lettera a Benvenuto


12 gennaio 2012

Mio caro Benvenuto,

                               questa mattina mi sento un po' sola e così ti scrivo. Potrei venire a trovarti nell'orto, sono pochi passi, ma ho bisogno ancora di caldo alle ossicine. Gli altri dormono, mi succede sempre: mi sveglio per prima e ho voglia di chiacchierare.
Il tuo tronco è sottile come il mio braccio, ho visto che ti è uscita tutta una specie di resina e ha fatto una bolla arancione. Ho pensato fosse il tuo modo di dirmi che vorresti vivere in un altro posto, in un'altra terra. Dove ti piacerebbe stare?
A me lì piace, è come un'oasi. Lì mi è accaduta la cosa più brutta della mia vita, sono quasi sicura che appena ti ho toccato tu lo hai saputo. Ma è lì che ho anche fatto mille scoperte meravigliose e che ho lasciato che il sole mi prendesse la faccia: mi ha preso la faccia a due mani stringendomi le guance e non me l'ha più lasciata, nemmeno di notte.

Cosa si sussurrano le tue radici là sotto? Una volta ho immaginato che mi crescessero le radici dalle pupille. Sì, perché in realtà si dice sempre che mettere le radici significa fermarsi ma se ci pensi bene vuol dire nutrirsi e a me con gli occhi sembra sempre di nutrirmi.
È come una pace che allaga lo sguardo, come succhiare il latte direttamente dai colori: il verde chiarissimo dei germogli, il giallo delle spighe di riso al sole e il marrone pieno della terra appena arata. Lo guardo e il colore diventa calore, la materia si mette a bruciare e non si consuma, è lì tutta per me.
Attorno ci sono campi di meliga e fossi di ricci e leprotti, tramonti rosa spillo che ti bucano la gola e nebbie profonde come sipari magici. Quando arrivo nell'orto, dopo la piccola curva, il mondo resta dietro ed è subito lontanissimo, so che lui mi guarda ma non importa. I pioppi bianchi scintillano per aria e mi dicono di brillare pure io, di non dimenticarmene.
La strada una volta proseguiva fino al fiume e per quel cammino a piedi i rami diventavano bastoni, i sassolini si ricordavano di essere monili e le orecchie ascoltavano il suono delle libellule in volo senza sapere cosa fosse. E poi infine il Po: disarmante, bellissimo e riottoso. Lui inquinato ed io comunque innamorata.
Non c'è più quella strada, ne hanno costruita un'altra di là ma non è bella, è fatta di asfalto.

Dolce Benvenuto, andrò fino alla fine dell'argine laggiù e urlerò il tuo nome, no, prima guarderò la diga, guarderò il ribollire freddo dell'acqua e poi urlerò il tuo nome. E faremo un esperimento, per vedere se in quel vento ti arriverà anche l'acqua che ribolle o solo il mio amore per te.
Poi correrò indietro senza fermarmi, correrò veloce da avere il fiatone così quando sarò vicina respirerò tanto forte che ti sembrerà di correre e poi mi stenderò per terra arrotolata sotto la tua piccolissima ombra e proveremo fino a che punto puoi leggermi nel pensiero.

Arriveranno le api, lo sai. Ti piacciono le api? Credo di sì. Anche a me piacciono, ma se mi pungono posso morire. Con gli occhi cerco di seguire il loro disegno nell'aria, credo che ci sia proprio un disegno nel loro volo ma è nascosto, è una scrittura invisibile, e poi ogni volta perdo il filo e la linea si disfa come un fiocco troppo blando.

Se io potessi fiorire come fai tu, una volta all'anno, chissà... che meraviglia. Ma forse ogni volta avrei paura di non fare fiori, a febbraio sarei già preoccupatissima, notte e giorno preoccupata. Tu hai mai paura di non fare i fiori?
Papà dice che sei malato, anche se sei appena arrivato. Ti ha dipinto tutto il tronco di verderame, a me sembri carino così, dai, fai finta che sia un vestito, praticamente è un tubino color verde acqua, una medicina che è anche un vestito, un vestito che ti cura.
Di sicuro devi guarire, perché abbiamo fatto un patto, te lo ricordi? Io ti dò i baci e tu le albicocce. Va bene?
Questo pomeriggio arrivo,

                                       tua Serafina 

giovedì 18 ottobre 2012

Girasoli di ottobre: giocare per davvero

L'inizio di ottobre quest'anno è stato mite e alcuni girasoli sono nati spontaneamente dai semi caduti a fine agosto: una sorpresa inaspettata che mi incanta e mi fa pensare. 




I semi non guardano il calendario, sentono il sole che sussurra loro nelle orecchie, li chiama per nome come una sirena e allora escono fuori. Si fanno germogli temerari e io che li guardo mi domando se sanno che arriverà il gelo, se hanno dimenticato che non è la loro stagione. Forse sono combattenti, o forse non gli importa, il sole c'è, bene, e allora nasciamo. Di cos'altro abbiamo bisogno? 

I semi non fanno calcoli, o li fanno? 
Delle piante si dice che "buttano" germogli. Buttano germogli come occasioni? Non si preoccupano di perdere? O invece sanno molto più di me, che sento freddo alle mani e aspetto ad uscire fuori? Di me che se non vedo dove vado, ho paura. 
I semi non sono ciechi, ma vanno verso il cielo ad occhi chiusi. Perché così giocano meglio e per davvero. 

Il freddo non tarderà oltre: dovrei portarli via dalla terra? Metterli in vaso, costretti ad una vita più piccola, misurata e protetta? E se poi morissero lì, senza spazio per il loro coraggio?  
E se invece nella terra fossero tanto forti da fiorire a novembre, così, senza cura né pudore? 

Devo presumere di sapere più di chi vive la sua vita liberamente? O devo solo prenderne esempio? 

Un contadino vero, forse, mi darebbe una zappata in testa e mi direbbe di andare ad irrigare le cipolle mentre i girasoli che facciano quello che gli pare, ma a me questi germogli di ottobre mettono in testa parole e desideri.  

sabato 8 settembre 2012

.

Il viaggio di Justine, Elise e me medesima è stato molto divertente, ecco a voi la storia tutta di fila. E grazie ai colori di Elise Wilk!
***


Barattoli, cappelli ed errori 
(sette giorni sulla strada)




Era tornato per la settima volta il primo giorno di settembre e Justine la notte avanti aveva sognato che qualcuno la chiamava, era un suono come di rapace dolce, che diceva: "juuuu juuuu...." faceva una lunga pausa, come un abbraccio buono, e poi di nuovo: "juuuu juuuu".
Fu così che quella mattina, dopo essersi svegliata, aver fatto colazione con i suoi broccoletti al cacao e aver guardato la giornata dal suo ramo preferito dell'albicocco, ecco, Justine decise di abbandonare baracca e barattoli e partire per chissà dove.

Più che una baracca, la sua era un vera e propria fabbrica: una fabbrica di barattoli, ma mica barattoli qualsiasi. Ne prese soltanto uno con sé e lasciò mamma e papà ad occuparsi di tutto il resto.

"Io parto con la strada. Addio, arrivederci, ciao!" Salutò così, Justine, ed ecco che il suo viaggio incominciò.  

La bambina stava già zompettando per la via quando udì una voce al suo fianco: "Dove pensi di andartene, sola soletta?" – muggì la mamma - "Non vorrai lasciarmi qui a lavorare mentre tu te ne vai per il mondo? Vengo anch'io e alla fabbrica ci penserà tuo padre".
Chinando dolcemente il capo, la mamma colse sulla sua schiena la piccola e insieme diedero il vero inizio a questo viaggio.

La strada proseguiva dritta per chilometri e chilometri, a perdita d'occhio si vedevano soltanto alberi. A Justine piaceva il dondolio dolce di quella camminata e siccome in quel momento indossava il suo cappello celeste, quello dei sognatori, chiuse gli occhi e si lasciò cullare.
Anche la mamma chiuse gli occhi, lei ci vedeva con le orecchie, con il naso, con la coda e anche con l'aria che incontrava la sua pelle. Era il primo viaggio che facevano insieme, anzi, per Justine era il primo viaggio di tutta la vita.
Stringeva ben bene il suo barattolo e ascoltava la strada.

All'improvviso una voce rauca e forte le interruppe: "Ma che bella mucca grassa e pettinata... a quanto la vendi? Ho da offrirti un affare."
Entrambe sbarrarono gli occhi e si trovarono difronte un ometto vestito di tutto punto e con un sorriso che sembrava arrivare fin dietro le orecchie. "Non sarà mica finto?" - pensò subito Justine – e poi si rivolse a lui: "Questa mucca è la mia mamma, non è in vendita, Signore, dunque ciao, arrivederci, addio!"
"Come come? Mi vuoi prendere in giro? Questa mucca sarebbe la tua mammina?"
E così mentre l'ometto che aveva il sorriso anche senza allegria insisteva nel chiedere prezzi e nel proporre affari, Justine dovette spiegare di come mamma e papà erano stati trasformati in bestie da una strega: si trattava della ex migliore amica di mamma. Justine stava per spiegare perché ex, quando l'ometto la incalzò proponendole un intruglio che avrebbe certamente fatto tornare i suoi genitori allo stato umano. Il venditore credeva ormai di averla in pugno, ma la bambina ripose con una gran risata: "I miei genitori stanno bene così! Perciò, Signor Sorriso, goodbye, lebewohl, adieu!"

La mamma non aveva dovuto pronunciare una sola parola, sorrise affettuosamente e tornò a camminare ad occhi chiusi e sogni aperti. 


"Facciamo un gioco?" - domandò Justine allegra – "Facciamo il gioco del vorrei essere. Va bene? Tu? Tu chi vorresti essere?"
"Io vorrei essere una mucca." - rispose cantilenante la mamma, un po' stanca di fare sempre lo stesso gioco.
"Eh, ma così non vale! Sei già una mucca."
"Beh, non sei contenta per me?"
"Sì, ma adesso stiamo giocando! Per esempio io vorrei essere una civetta! Anzi, no, aspetta: un pinguino! Se fossi una civetta potrei cantare tutta la notte con la luna, potrei cantare: Juuuu Juuuu..... Però se fossi un pinguino potrei vedere l'aurora polare ogni volta che mi pare... è un'ardua scelta, non credi? E tu, mamma, allora?"
"Io vorrei essere una montagna, con la mia cima innevata potrei ascoltare tutte le altezze e non sarei mai sola."
"Sì, e poi saresti tutta vestita di alberi e anche loro potrebbero giocare al gioco del vorrei essere, lo sai?"

Una betulla che passava di lì, lenta lenta, le seguì con lo sguardo: se le avessero chiesto di giocare, lei avrebbe risposto che le sarebbe piaciuto essere un giaguaro, magari giusto una volta ogni tanto.
Sulla strada, che nel frattempo s'era fatta tortuosa e su e giù e lì e là, c'era anche qualcun altro e non sembrava per niente aver voglia di giocare. 

La bambina indossò il cappello degli avventurieri. 


Era un lupaccio, un lupo d'impaccio sulla loro via e se c'era qualcosa di cui Justine aveva paura erano proprio i lupi! Non si può certo dire che fosse una bambina fifona, soprattutto poi quando indossava il suo cappello da avventuriero, ma i lupi la terrorizzavano. E fu per questo che appena lo intravide laggiù, quando ancora non aveva udito le sue minacce di denti affilati e bava affamata, aprì tremante il suo prezioso barattolo e disse: portami a casa portami a casa.

Era a questo che servivano i barattoli di famiglia, i barattoli torna-a-casa: dovunque tu fossi, che tempestasse o tirasse la Bora, che fossi lontanissimo o dietro l'angolo, il barattolo ti catapultava subito a casa. Bastava aprirlo e la strada di casa ti avrebbe avvolto fra le sue spire e riportato là, dove desideravi essere. O almeno questa era la teoria.

Aperto il barattolo, la strada di Justine fece le bizze, rubò in un battibaleno il cappello della bambina e se ne scappò via. Fu così che di fretta e furia Justine e la mamma dovettero rincorrere la strada di casa che se ne stava andando da tutt'altra parte e dietro di loro si accodò il lupo.
"Ha fame! Ha fame!" - Urlava Justine voltandosi spaventata, ma alla mamma, anche lei in gran corsa, qualcosa non tornava: ora che era più vicino, le sembrava proprio che quel lupo avesse qualcosa di familiare.
"Il mio cappello! Il mio cappello!" - Urlava ancora la bambina, preoccupata per la sua collezione. Come avrebbe fatto senza quel cappello a vivere le sue future avventure? Sempre se il lupo non la avesse mangiata prima! E così ricominciava: "Ha fame! Ha fame!"
"Macché fame, piccola mia..." – annaspava la mucca – "quello non è un vero lupo, parola di mamma!"
E poi, voltandosi indietro: "Che cosa vuoi, Bertilla?! Da quanto tempo non ci si trova! Vedo che sei in forma, sì, bene, allora ciao, ciaociao, ciao!"

Ma Bertilla, la ex migliore amica della mamma, continuava a seguirle.   


Ululò, ululò e poi urlò affannata.
Ora che l'avevano riconosciuta, stava riprendendo almeno in parte le sue sembianze naturali. Urlò ancora ma Justine e la mamma proprio non comprendevano cosa stesse dicendo, non sembrava neppure la loro stessa lingua!
Allora Bertilla corse più di corsa, le raggiunse e le superò fino ad acchiappare la strada di casa.
Si mise in testa una combinazione invincibile di cappelli (avventurieri+prestigiatori=avrò la meglio in tutti i giochi del pianeta) e fissò ben bene Justine, impressionata dalla strega di cui aveva sempre sentito la storia.
La storia raccontava che Bertilla, ai tempi della giovinezza, trascorreva notte e giorno a sperimentare incantesimi, a fare prove su prove, a tormentare amici, nemici, cavie con formule magiche che, però, davano sempre esiti infelici. Anzi, non sempre: piuttosto, cento volte su centouna. Alla centounesima volta, l'incantesimo di turno funzionava ed era stato questo ad accendere in lei la follia di perseverare. Eppure, lei che voleva essere a tutti i costi una strega, una strega non era, affatto affatto, e dalla centoduesima volta ricominciava a fallire. Dopo aver tramutato per sbaglio i genitori di Justine in mucca e pappagallo, Bertilla si era sentita così male da perdere del tutto la testa e da allora aveva continuato a fare stragi magiche in giro per il mondo. Lei certo non sapeva che i genitori di Justine si erano trovati tanto bene nei panni animali da  accogliere l'ennesimo errore dell'amica con una gran risata, seppur con il proposito di tenersene alla larga per il resto della loro vita, perché non si poteva mai sapere cosa avrebbe combinato ancora.

E invece adesso eccola lì! E cosa voleva? Justine non lo capiva, era intimorita, ma la mucca, invece, lo intuì osservando la sua ex amica come fosse una amica: voleva solo chiedere scusa, voleva solo essere perdonata.
Bertilla però era ammattita e non sapeva chiedere dolcezza, perché lei terrorizzava e graffiava senza neppure accorgersene.

La bambina aveva altri due cappelli nella sua collezione e, nonostante la paura, un'idea le cavalcò la testa.


Prese a due mani il cappello degli impavidi e vi sistemò ben bene dentro il cappello, anzi, cappellino, dei chiacchieroni. Quest'ultimo era minuto perché sulla testa si doveva lasciare spazio alle parole, fiumi e trecce e tornanti di parole pronte a lanciarsi nel vento e nelle orecchie. Infilò la combinazione fatale sulla sua testa ed era pronta! Pronta ad affrontare Bertilla, che già non le pareva più così spaventosa. Dapprima le rivolse qualche saluto nelle lingue che conosceva e poi, non ricevendo ringhi o pernacchie in risposta, diede il via libera alla sua parlantina. La mamma si tappò le orecchie, perché sapeva, ma la strega non strega - poverina - no. E così fu travolta da un uragano di sillabe e intonazioni, una montagna russa di verbi e aggettivi.
Dopo un trattamento del genere, solitamente chiunque sapeva soltanto accondiscendere. Dire sì a qualunque richiesta, e faceva così la bambina: ad un certo punto smetteva, ritraeva il suo vento vocale e dopo una pausa perfetta, senza sbavature, diceva qualcosa del tipo: "Ti piacciono i broccoletti al cacao?" oppure "Quanto dista il tuo cuore?" oppure "Come ti chiami?". Sì, rispose Bertilla, senza nemmeno capire bene la domanda. E fu così che si ritrovò a seguire Justine dovunque lei volesse e senza graffiare.

Con la strada di casa Justine non ebbe neppure bisogno di parlare, anche lei aveva ascoltato suo malgrado ed era già stordita. Le sue bizze erano messe in riga e ora tutte e quattro insieme stavano volando verso casa, perché qualcosa andava aggiustato.


A furia di parlare, però, a Justine era venuto un gran sonno. Aveva tutto quel viaggio sulla testa e in fondo era pur sempre una bambina. Appena a casa, senza arrivare al letto, la piccola fece un grande sbadiglio e si addormentò in salotto. Attorno a lei, papà, mamma e Bertilla si guardavano e la guardavano. Due occhi su, due giù, di qui, di là, finché il pappagallo sbottò: "Ma insomma, mi volete spiegare?!"
"Shhh.... sveglierai la bambina!" riposero in coro le due, nuovamente complici.

L'indomani Justine si alzò per prima e preparò la colazione per tutti, Bertilla compresa. A fare da centrotavola il barattolo del suo viaggio, aperto e con un gambo di broccoletto al posto della strada. La strada se n'era ormai andata e, anche se non sapeva perché, Justine non aveva più voglia di spiegare a papà che dalla fabbrica era uscito un barattolo difettoso e che forse ce n'erano altri e che avrebbe dovuto ripararli.

Era stato bello così, con un po' di pepe in più.
Arrivederci al prossimo errore!



Illustrazioni di Elise Wilk

venerdì 7 settembre 2012

Settimo giorno sulla strada



A furia di parlare, però, a Justine era venuto un gran sonno. Aveva tutto quel viaggio sulla testa e in fondo era pur sempre una bambina. Appena a casa, senza arrivare al letto, la piccola fece un grande sbadiglio e si addormentò in salotto. Attorno a lei, papà, mamma e Bertilla si guardavano e la guardavano. Due occhi su, due giù, di qui, di là, finché il pappagallo sbottò: "Ma insomma, mi volete spiegare?!"
"Shhh.... sveglierai la bambina!" riposero in coro le due, nuovamente complici.

L'indomani Justine si alzò per prima e preparò la colazione per tutti, Bertilla compresa. A fare da centrotavola il barattolo del suo viaggio, aperto e con un gambo di broccoletto al posto della strada. La strada se n'era ormai andata e, anche se non sapeva perché, Justine non aveva più voglia di spiegare a papà che dalla fabbrica era uscito un barattolo difettoso e che forse ce n'erano altri e che avrebbe dovuto ripararli.

Era stato bello così, con un po' di pepe in più.
Arrivederci al prossimo errore!     

giovedì 6 settembre 2012

Sesto giorno sulla strada



Prese a due mani il cappello degli impavidi e vi sistemò ben bene dentro il cappello, anzi, cappellino, dei chiacchieroni. Quest'ultimo era minuto perché sulla testa si doveva lasciare spazio alle parole, fiumi e trecce e tornanti di parole pronte a lanciarsi nel vento e nelle orecchie. Infilò la combinazione fatale sulla sua testa ed era pronta! Pronta ad affrontare Bertilla, che già non le pareva più così spaventosa. Dapprima le rivolse qualche saluto nelle lingue che conosceva e poi, non ricevendo ringhi o pernacchie in risposta, diede il via libera alla sua parlantina. La mamma si tappò le orecchie, perché sapeva, ma la strega non strega - poverina - no. E così fu travolta da un uragano di sillabe e intonazioni, una montagna russa di verbi e aggettivi.
Dopo un trattamento del genere, solitamente chiunque sapeva soltanto accondiscendere. Dire sì a qualunque richiesta, e faceva così la bambina: ad un certo punto smetteva, ritraeva il suo vento vocale e dopo una pausa perfetta, senza sbavature, diceva qualcosa del tipo: "Ti piacciono i broccoletti al cacao?" oppure "Quanto dista il tuo cuore?" oppure "Come ti chiami?". Sì, rispose Bertilla, senza nemmeno capire bene la domanda. E fu così che si ritrovò a seguire Justine dovunque lei volesse e senza graffiare.

Con la strada di casa Justine non ebbe neppure bisogno di parlare, anche lei aveva ascoltato suo malgrado ed era già stordita. Le sue bizze erano messe in riga e ora tutte e quattro insieme stavano volando verso casa, perché qualcosa andava aggiustato.

martedì 4 settembre 2012

Quarto giorno sulla strada


Era un lupaccio, un lupo d'impaccio sulla loro via e se c'era qualcosa di cui Justine aveva paura erano proprio i lupi! Non si può certo dire che fosse una bambina fifona, soprattutto poi quando indossava il suo cappello da avventuriero, ma i lupi la terrorizzavano. E fu per questo che appena lo intravide laggiù, quando ancora non aveva udito le sue minacce di denti affilati e bava affamata, aprì tremante il suo prezioso barattolo e disse: portami a casa portami a casa.

Era a questo che servivano i barattoli di famiglia, i barattoli torna-a-casa: dovunque tu fossi, che tempestasse o tirasse la Bora, che fossi lontanissimo o dietro l'angolo, il barattolo ti catapultava subito a casa. Bastava aprirlo e la strada di casa ti avrebbe avvolto fra le sue spire e riportato là, dove desideravi essere. O almeno questa era la teoria.

Aperto il barattolo, la strada di Justine fece le bizze, rubò in un battibaleno il cappello della bambina e se ne scappò via. Fu così che di fretta e furia Justine e la mamma dovettero rincorrere la strada di casa che se ne stava andando da tutt'altra parte e dietro di loro si accodò il lupo.
"Ha fame! Ha fame!" - Urlava Justine voltandosi spaventata, ma alla mamma, anche lei in gran corsa, qualcosa non tornava: ora che era più vicino, le sembrava proprio che quel lupo avesse qualcosa di familiare.
"Il mio cappello! Il mio cappello!" - Urlava ancora la bambina, preoccupata per la sua collezione. Come avrebbe fatto senza quel cappello a vivere le sue future avventure? Sempre se il lupo non la avesse mangiata prima! E così ricominciava: "Ha fame! Ha fame!"
"Macché fame, piccola mia..." – annaspava la mucca – "quello non è un vero lupo, parola di mamma!"
E poi, voltandosi indietro: "Che cosa vuoi, Bertilla?! Da quanto tempo non ci si trova! Vedo che sei in forma, sì, bene, allora ciao, ciaociao, ciao!"

Ma Bertilla, la ex migliore amica della mamma, continuava a seguirle.   

lunedì 3 settembre 2012

Terzo giorno sulla strada



"Facciamo un gioco?" - domandò Justine allegra – "Facciamo il gioco del vorrei essere. Va bene? Tu? Tu chi vorresti essere?"
"Io vorrei essere una mucca." - rispose cantilenante la mamma, un po' stanca di fare sempre lo stesso gioco.
"Eh, ma così non vale! Sei già una mucca."
"Beh, non sei contenta per me?"
"Sì, ma adesso stiamo giocando! Per esempio io vorrei essere una civetta! Anzi, no, aspetta: un pinguino! Se fossi una civetta potrei cantare tutta la notte con la luna, potrei cantare: Juuuu Juuuu..... Però se fossi un pinguino potrei vedere l'aurora polare ogni volta che mi pare... è un'ardua scelta, non credi? E tu, mamma, allora?"
"Io vorrei essere una montagna, con la mia cima innevata potrei ascoltare tutte le altezze e non sarei mai sola."
"Sì, e poi saresti tutta vestita di alberi e anche loro potrebbero giocare al gioco del vorrei essere, lo sai?"

Una betulla che passava di lì, lenta lenta, le seguì con lo sguardo: se le avessero chiesto di giocare, lei avrebbe risposto che le sarebbe piaciuto essere un giaguaro, magari giusto una volta ogni tanto.
Sulla strada, che nel frattempo s'era fatta tortuosa e su e giù e lì e là, c'era anche qualcun altro e non sembrava per niente aver voglia di giocare. 

La bambina indossò il cappello degli avventurieri. 

domenica 2 settembre 2012

Secondo giorno sulla strada



La bambina stava già zompettando per la via quando udì una voce al suo fianco: "Dove pensi di andartene, sola soletta?" – muggì la mamma - "Non vorrai lasciarmi qui a lavorare mentre tu te ne vai per il mondo? Vengo anch'io e alla fabbrica ci penserà tuo padre".
Chinando dolcemente il capo, la mamma colse sulla sua schiena la piccola e insieme diedero il vero inizio a questo viaggio.

La strada proseguiva dritta per chilometri e chilometri, a perdita d'occhio si vedevano soltanto alberi. A Justine piaceva il dondolio dolce di quella camminata e siccome in quel momento indossava il suo cappello celeste, quello dei sognatori, chiuse gli occhi e si lasciò cullare.
Anche la mamma chiuse gli occhi, lei ci vedeva con le orecchie, con il naso, con la coda e anche con l'aria che incontrava la sua pelle. Era il primo viaggio che facevano insieme, anzi, per Justine era il primo viaggio di tutta la vita.
Stringeva ben bene il suo barattolo e ascoltava la strada.

All'improvviso una voce rauca e forte le interruppe: "Ma che bella mucca grassa e pettinata... a quanto la vendi? Ho da offrirti un affare."
Entrambe sbarrarono gli occhi e si trovarono difronte un ometto vestito di tutto punto e con un sorriso che sembrava arrivare fin dietro le orecchie. "Non sarà mica finto?" - pensò subito Justine – e poi si rivolse a lui: "Questa mucca è la mia mamma, non è in vendita, Signore, dunque ciao, arrivederci, addio!"
"Come come? Mi vuoi prendere in giro? Questa mucca sarebbe la tua mammina?"
E così mentre l'ometto che aveva il sorriso anche senza allegria insisteva nel chiedere prezzi e nel proporre affari, Justine dovette spiegare di come mamma e papà erano stati trasformati in bestie da una strega: si trattava della ex migliore amica di mamma. Justine stava per spiegare perché ex, quando l'ometto la incalzò proponendole un intruglio che avrebbe certamente fatto tornare i suoi genitori allo stato umano. Il venditore credeva ormai di averla in pugno, ma la bambina ripose con una gran risata: "I miei genitori stanno bene così! Perciò, Signor Sorriso, goodbye, lebewohl, adieu!"

La mamma non aveva dovuto pronunciare una sola parola, sorrise affettuosamente e tornò a camminare ad occhi chiusi e sogni aperti.  

sabato 1 settembre 2012

Primo giorno sulla strada

Ho incontrato Elise Wilk in un campo di lavanda e in questo meraviglioso inizio di settembre continuiamo a giocare insieme. Siamo sulla strada per 7GIORNI: stiamo a vedere cosa accade, chi incontriamo e dove andiamo!






Era tornato per la settima volta il primo giorno di settembre e Justine la notte avanti aveva sognato che qualcuno la chiamava, era un suono come di rapace dolce, che diceva: "juuuu juuuu...." faceva una lunga pausa, come un abbraccio buono, e poi di nuovo: "juuuu juuuu".
Fu così che quella mattina, dopo essersi svegliata, aver fatto colazione con i suoi broccoletti al cacao e aver guardato la giornata dal suo ramo preferito dell'albicocco, ecco, Justine decise di abbandonare baracca e barattoli e partire per chissà dove.

Più che una baracca, la sua era un vera e propria fabbrica: una fabbrica di barattoli, ma mica barattoli qualsiasi. Ne prese soltanto uno con sé e lasciò mamma e papà ad occuparsi di tutto il resto.

"Io parto con la strada. Addio, arrivederci, ciao!" Salutò così, Justine, ed ecco che il suo viaggio incominciò.   

giovedì 2 agosto 2012

Diario innamorato

Come un miraggio fra le montagne, è sbucata lei. La rossa dei miei desideri, la corsa dei miei giochi, gli occhi estranei che cerco per vivere in mezzo all'erba, all'altezza dei fiori. 
La volpe.

Una volpina smilza come me, guardinga ma non troppo, perché abituata a vivere in un parco protetto. Diversa dalle volpi delle mie colline, delle mie notti meravigliate di quando sbucano accanto ai fossi e sfuggono o mi attraversano la strada con un balzo che le porta chissà dove. Dove io non posso andare e invece voglio. 



Lei è lì, di fronte a me. Scendo dall'auto con passo attutito e mi chino per farmi animale, la mente comincia ad abbandonarmi, mi avvicino e pronuncio parole senza accorgermene, parole iterate, innamorate, piccole e dappoco, parole di adorazione.  

Dopo i primi sguardi e i primi studi, la volpe riprende la sua strada, va calma, non ha paura e talvolta si gira indietro. 
Io la seguo, corro per recuperare la distanza. Potrebbe andare molto più svelta ma si lascia seguire ed è lì, lì che io sono beata, come fossi nata  per correre verso quella volpe. Come se non dovessi fare altro, come se fosse quello tutto il mio sangue.



La raggiungo, siamo vicinissime, allungo la mano piano e lei la lecca, una volta soltanto. 
Non esisto più, sono solo colore, emozione, vento e fuoco. 
Sto per accarezzarla, avvicino il braccio il più lentamente possibile, lo desidero tantissimo, sembra avverarsi, la mia mente scompare di nuovo e la volpe mi morde la mano. Mi morde lieve, come un gioco, come un avvertimento: "Stai attenta a quello che fai". 

Un morso lieve. Non potrei essere più felice.



venerdì 27 luglio 2012

Lettera felice dal sottosuolo

L'esplorazione è cominciata con un vento freddissimo, il lago quella mattina voleva stare solo e così, dopo alcuni passi nelle sue acque, ne sono uscita. In realtà ci sono presto ritornata, come a domandargli sottovoce: "Sei proprio sicuro?", lui ha risposto con una parola di gelo che stringeva i miei piedi e così ho capito che dovevo davvero lasciarlo stare. "Tornerò a trovarti."



Allora anche il vento, complice, si è calmato, la temperatura si è alzata un poco e sulla mia strada ho incontrato un cerchio di betulle, un cerchio da chiudere. Io ero la sesta betulla, mi hanno presa per mano e abbiamo chiamato il mondo, solo per dirgli che stavamo bene, che non avevamo bisogno di nulla, se non del suo girotondo continuo.  


Il ruscello portava molti racconti, storie delle vette che non ho visto e io avvicinandomi speravo che gli sfuggisse qualche segreto.   
"Raccontami una storia, per favore."
"Dovrai pagare un pegno."
"Quale?" - ma il ruscello si è ammutolito, erano arrivate le marmotte e lui non voleva farsi sentire. 




Ho seguito la marmotta più anziana, era una femmina e avrei notato presto i suoi dentoni gialli ed esperti. Nel frattempo mi dava le spalle, mi indicava la strada e non dubitava affatto che io avrei cambiato sentiero. Mi conosceva anche senza avermi mai incontrata? Le altre marmotte giocavano e si baciavano vicino ad un riparo, volevo guardarle negli occhi. 


Ed ecco la tana: forse Alice è passata da qui? Dovevo scoprirlo e così ecco la mia lettera dal sottosuolo. 
Quaggiù ci sono le radici di tutte le cose.


Sara

domenica 8 luglio 2012

Un'altra strega di Biancaneve

Oggi ho voglia di postare un vecchissimo testo ripescato da uno dei miei blog abbandonati. Ogni tanto vado ad riesplorarli come relitti sul fondo dei mari ed è bello ritrovare una se stessa in parte uguale e in parte diversa. Queste righe sono del 2007, spero che la realtà possa sempre diventare un storia, sempre per sempre. 


[...] Dice la bambina: tutto il senso che c'è sta nella marmellata. Io la ascolto e preparo le stoviglie, ma poi mi viene sonno perché tu non torni e mi dico che ho già dormito abbastanza, e allora scrivo qualche stupidaggine come quella della ragazza che diventa uccello. Era entrata in un discount per cosmetici che da quando l'avevano aperto non c'era mai stata, era andata negli altri due della città: stessa ditta, diversa sede, diverse commesse. Questa volta un rossetto se lo sarebbe comprato, consapevole dell'ardua scelta per la nuance che tanto l'aveva fatta indugiare nei precedenti. Entra e una delle due commesse è la strega di biancaneve, versione 2.0 modello innocence of ice. La conosce, è una strega finta, di quelle che non può guardare negli occhi perchè è stata proprio lei a farla diventare "sdrega", come dicono le nonne del centro-sud. Ricorda benissimo cosa le ha fatto più di dieci anni prima, potrebbe fare un giro di figura tra le file e presto uscire con lo sguardo basso, potrebbe finalmente andare dalla strega e dirle - guarda mi dispiace non ho pensato ho sbagliato - oppure starsene lì ad evitare il suo sguardo finchè non trovasse un colore plausibile impiastricciandosi tutta la mano sinistra con i tester. Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure – dice l'altra commessa molto gentilmente – e la ragazza ringrazia come se a questa le avesse ucciso la sorella, pensa che presto la strega spergerà l'onta sul suo viso confidandosi con la collega e non contempla minimamente che la strega di biancaneve sia una donna riservata o che non gliene possa più fregare di meno. Finalmente esce, le hanno anche dato un astuccio in omaggio e non è neppure brutto, lo potrà sostituire a quello in oscena plastica trasparente che le ha donato con tanto affetto il bibliotecario elfo che crede nelle buone vecchie rime per i buoni vecchi sentimenti. Va nel bagno della biblioteca civica, così può provarsi il rossetto davanti allo specchio, non c'è quasi luce, non importa. Entra in sala lettura con il giornale di poesia, lo sfoglia pensando che non ha trovato un titolo per il suo racconto, l'unico più lungo di tre cartelle che abbia mai iniziato e anche finito. Non ha troppa attenzione per il giornale che da tempo la delude ma incappa nei versi di Marina Rossini e sì: è un sì. Si segna il nome e pensa che la poesia per lei è quella che le fa venire voglia di scriverla. Torna a casa e si mette al computer, non scrive quasi più sulla carta. Si specchia per guardarsi le labbra colorate sotto una diversa luce, ma la luce va e viene, quella naturale, e non c'è un temporale, forse è colpa del rossetto: la sdrega potrebbe averle fatto un maleficio.
C'è da dire che Biancaneve è morta da un pezzo, per fortuna, ma la strega è stata ingaggiata per nuovi ruoli sempre più o meno uguali. E insomma la ragazza diventa un uccello e non può più cantare, dà un titolo brutto e scontato al suo racconto, lo registra all'anagrafe affibbiandogli in automatico un futuro fallimentare e si fa scattare una foto nel giardino che affianca l'ufficio a ricordo di quel suo mortifero debutto in siae.


     © Jan Dunning

giovedì 17 novembre 2011

Case in affetto

Ieri mi sono lasciata ispirare da un quadro di Riccardo Guasco, era da molto tempo che mi gironzolava negli occhi e nella mente: Case in affetto.
Avevo appuntato l'incipit: c'era una volta una casa addormentata... Ma poi era rimasto accennato fra le pagine del taccuino, come moltissimi inizi che possono divenire oppure tacere. Succede così, all'improvviso, è un gioco e un abbraccio di parole.

a Rik, con un Grazie grande come la pancia delle nuvole





C'era una volta una casa addormentata. Era piccolina, stretta, disabitata.

Ormai non ci viveva più nessuno da vent'anni, persone, formiche, fantasmi. L'agente immobiliare non tentava nemmeno più di venderla o di affittarla e lei si sentiva sola.

Le sue finestre erano tutte rotte, d'inverno prendeva un gran freddo e i rumori della città non la consolavano neanche un po'.

Non sopportando più il peso della nostalgia, una notte si decise: supplicò il temporale di usare tutto il suo potere per farla addormentare. Non si sarebbe più curata di sé, non avrebbe più pensato ai passi e alla musica che le mancavano né alle voci che non le vorticavano i pianerottoli come un tempo.


Al suo fianco, rigidamente eretta e impettita, una casa più alta, più curata e decisamente più abitata. Dagli stessi vent'anni in cui l'altra, l'addormentata, non vedeva un solo inquilino, questa era stata ristrutturata decine di volte, stucchi di qua, nuovi colori di là, ma a lei non piacevano mai le modifiche che subiva e proprio non si sentiva a suo agio. Per non parlare, poi, dei suoi abitanti: li detestava. La riempivano di chiacchiere inutili, pianti e quadri ripugnanti, erano loro a colorarla di tinte tremende e inconciliabili con la sua vera natura, non la capivano e la consumavano: questo pensava tutto il giorno tutti i giorni, e soltanto poteva borbottare nervosa nei suoi sottoscala mentre immaginava di perdere il tetto e buttarli tutti fuori.


Seppur vicine, le due case non si erano mai interessate l'una all'altra, mai uno scambio di intonaci, mai un brivido che contagiasse i loro mattoni, niente.

Un giorno la casa addormentata stava sognando di bruciare: un rogo impetuoso, così acceso che il cuore dell'edificio cominciò a surriscaldarsi e poi prese fuoco davvero. Il fumo usciva dalle finestre e le fiamme prendevano ogni stanza.

A sentire quella puzza, la casa a fianco non potè che indispettirsi e ben presto allarmarsi. Fu così che per la prima volta degnò di attenzione la sua vicina.

"Fumo? Fuoco?! Si svegli, Lei! Non vorrà bruciare anche me! Faccia qualcosa, attivi i suoi sistemi antincendio!" - ma la casettina non si svegliava, continuava a sognare quel rogo che l'abbracciava stretta e la attraversava tutta.

La casa più grande, a questo punto, si appellò al temporale intimandogli di piovere tantissimo sull'incendiata. Le nuvole nere e grigiastre non aspettavano altro e non badarono ai toni poco gentili della casa che urlava al soccorso. In un baleno fecero sfoggio delle loro pance grosse ma il fuoco continuò ad ardere, non si fermò neppure dopo piogge amazzoniche. Com'era possibile? Per le nuvole divenne una sfida a suon di scrosci.

La casetta addormentata continuava a sognare, sognare quel calore che era la cosa più simile all'amore che avesse avuto da anni: il temporale si ricordò di lei e capì che finché il fuoco non si fosse spento nel sogno, non ci sarebbe stato nulla da fare.

Decise allora di risvegliare suo malgrado la casetta che anni prima aveva addormentato, solo lui – in nome di questo legame – avrebbe potuto farlo. La casetta si svegliò bruscamente, con un sentore di caldo addosso che lì per lì non capiva bene. Un po' sorpresa si guardò dentro e poi attorno: "Tu! Mi hai salvata tu! Sei stata tu, vero?!"

"Io?! - rispose stizzita la casa più alta - Mi stava attaccando l'incendio, non L'ho salvata, ho salvato me".

"Beh, ci hai salvate! Mi hai salvata!" - ribattè la casetta svegliata che se avesse avuto delle finestre al posto giusto, certamente in quel momento le avrebbe spalancate tutte. Era felice, c'era qualcuno per lei e anche lei adesso voleva esserci.

"Io non sono una casa da affitto, figuriamoci da affetto!" si lamentava invece l'altra, ma la piccola insisteva, non l'avrebbe più lasciata: "Su, dillo che in realtà mi vuoi bene!".


Dopo una settimana di coccole da una parte e di sbuffi dall'altra, la casa più alta non sapeva come rispondere, teneva il suo tetto un po' all'insù e, come sempre, borbottava. C'era un angolino, però, un angolino di lei ben nascosto: ecco, con quello, sorrideva.



Illustrazione di Riccardo Guasco

Testo di Sara Trofa

lunedì 7 novembre 2011

io e Daniela su Alice Baum




Espulsione


Una donna andò per la montagna più alta, ma lungo il suo cammino inciampò tre volte.
«Dov’è il tuo fardello?» – le domandò la prima roccia.
«Sono qui!» – rispose una vocina da qualche parte dentro la donna. E la roccia la lasciò passare.
La seconda roccia chiese alla donna che inciampava: «Dov’è il tuo fardello?» e a rispondere fu una voce più grave, sleale: «Eccomi.» Ma la roccia non si accontentò e disse: «lanciami lontano da questa matrice, voglio volare e restare laggiù nella valle per ere.»
La donna assecondò la roccia e proseguì nel suo cammino, finché inciampò di nuovo.
«Dov’è il tuo fardello?» – domandò la terza roccia.
«Siamo qui, siamo qui.» – cantò un coro come un prato, come una grandine, come una fossa di rane. E la donna, che aveva sempre taciuto, cominciò a piangere. Ma erano lacrime di drago, forti come una voglia di dio.
Quando arrivò alla cima, l’aria non era difficile e la montagna le disse:
«Hai camminato per me e in questo ti ho riconosciuta. Il tuo pianto mi ha lavato come una pioggia millenaria che non ricordavo. Ora dimmi, dov’è il tuo desiderio?»
E la donna cominciò a parlare, ma non con parole. Furono spigoli e leggi e dimore, di tutte quelle voci che aveva e non voleva. Di tutto quel piombo innamorato, di quella carne che pensava pensieri brutti, sempre brutti. Di quel passaparola come un regno che prende piede e capelli, ossa e occhi e ventre.
Buttò fuori tutto, non c’era più neanche sforzo. Fu una catasta e la montagna gentilmente gentilmente si aprì e tutta la prese.



Illustrazione di Daniela Tieni
Testo di Sara Trofa


pubblicato su Alice Baum