giovedì 17 novembre 2011

Case in affetto

Ieri mi sono lasciata ispirare da un quadro di Riccardo Guasco, era da molto tempo che mi gironzolava negli occhi e nella mente: Case in affetto.
Avevo appuntato l'incipit: c'era una volta una casa addormentata... Ma poi era rimasto accennato fra le pagine del taccuino, come moltissimi inizi che possono divenire oppure tacere. Succede così, all'improvviso, è un gioco e un abbraccio di parole.

a Rik, con un Grazie grande come la pancia delle nuvole





C'era una volta una casa addormentata. Era piccolina, stretta, disabitata.

Ormai non ci viveva più nessuno da vent'anni, persone, formiche, fantasmi. L'agente immobiliare non tentava nemmeno più di venderla o di affittarla e lei si sentiva sola.

Le sue finestre erano tutte rotte, d'inverno prendeva un gran freddo e i rumori della città non la consolavano neanche un po'.

Non sopportando più il peso della nostalgia, una notte si decise: supplicò il temporale di usare tutto il suo potere per farla addormentare. Non si sarebbe più curata di , non avrebbe più pensato ai passi e alla musica che le mancavano né alle voci che non le vorticavano i pianerottoli come un tempo.


Al suo fianco, rigidamente eretta e impettita, una casa più alta, più curata e decisamente più abitata. Dagli stessi vent'anni in cui l'altra, l'addormentata, non vedeva un solo inquilino, questa era stata ristrutturata decine di volte, stucchi di qua, nuovi colori di là, ma a lei non piacevano mai le modifiche che subiva e proprio non si sentiva a suo agio. Per non parlare, poi, dei suoi abitanti: li detestava. La riempivano di chiacchiere inutili, pianti e quadri ripugnanti, erano loro a colorarla di tinte tremende e inconciliabili con la sua vera natura, non la capivano e la consumavano: questo pensava tutto il giorno tutti i giorni, e soltanto poteva borbottare nervosa nei suoi sottoscala mentre immaginava di perdere il tetto e buttarli tutti fuori.


Seppur vicine, le due case non si erano mai interessate l'una all'altra, mai uno scambio di intonaci, mai un brivido che contagiasse i loro mattoni, niente.

Un giorno la casa addormentata stava sognando di bruciare: un rogo impetuoso, così acceso che il cuore dell'edificio cominciò a surriscaldarsi e poi prese fuoco davvero. Il fumo usciva dalle finestre e le fiamme prendevano ogni stanza.

A sentire quella puzza, la casa a fianco non potè che indispettirsi e ben presto allarmarsi. Fu così che per la prima volta degnò di attenzione la sua vicina.

"Fumo? Fuoco?! Si svegli, Lei! Non vorrà bruciare anche me! Faccia qualcosa, attivi i suoi sistemi antincendio!" - ma la casettina non si svegliava, continuava a sognare quel rogo che l'abbracciava stretta e la attraversava tutta.

La casa più grande, a questo punto, si appellò al temporale intimandogli di piovere tantissimo sull'incendiata. Le nuvole nere e grigiastre non aspettavano altro e non badarono ai toni poco gentili della casa che urlava al soccorso. In un baleno fecero sfoggio delle loro pance grosse ma il fuoco continuò ad ardere, non si fermò neppure dopo piogge amazzoniche. Com'era possibile? Per le nuvole divenne una sfida a suon di scrosci.

La casetta addormentata continuava a sognare, sognare quel calore che era la cosa più simile all'amore che avesse avuto da anni: il temporale si ricordò di lei e capì che finché il fuoco non si fosse spento nel sogno, non ci sarebbe stato nulla da fare.

Decise allora di risvegliare suo malgrado la casetta che anni prima aveva addormentato, solo lui – in nome di questo legame – avrebbe potuto farlo. La casetta si svegliò bruscamente, con un sentore di caldo addosso che lì per lì non capiva bene. Un po' sorpresa si guardò dentro e poi attorno: "Tu! Mi hai salvata tu! Sei stata tu, vero?!"

"Io?! - rispose stizzita la casa più alta - Mi stava attaccando l'incendio, non L'ho salvata, ho salvato me".

"Beh, ci hai salvate! Mi hai salvata!" - ribattè la casetta svegliata che se avesse avuto delle finestre al posto giusto, certamente in quel momento le avrebbe spalancate tutte. Era felice, c'era qualcuno per lei e anche lei adesso voleva esserci.

"Io non sono una casa da affitto, figuriamoci da affetto!" si lamentava invece l'altra, ma la piccola insisteva, non l'avrebbe più lasciata: "Su, dillo che in realtà mi vuoi bene!".


Dopo una settimana di coccole da una parte e di sbuffi dall'altra, la casa più alta non sapeva come rispondere, teneva il suo tetto un po' all'insù e, come sempre, borbottava. C'era un angolino, però, un angolino di lei ben nascosto: ecco, con quello, sorrideva.



Illustrazione di Riccardo Guasco

Testo di Sara Trofa

2 commenti:

  1. Di solito non faccio paragoni tra artisti diversi però quando ho letto questo racconto ho avuto la stessa sensazione che provo leggendo Calvino e Buzzati , mi sono sentita a casa.
    Mi piacerebbe tanto illustrare qualche tuo racconto .......

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  2. Antonella, sono senza parole! Ti ringrazio tantissimo per l'accostamento meraviglioso, anche se non posso che stendermi come un tappetto di fronte a questi due nomi che hanno tutto il mio e il nostro amore!

    "Mi sono sentita a casa" è una delle frasi più belle in assoluto da sentirsi dire! Grazie grazie grazie di cuore!

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