venerdì 8 febbraio 2013

Lettera d'amore


Io ti dò i baci e tu le albicocche
lettera a Benvenuto


12 gennaio 2012

Mio caro Benvenuto,

                               questa mattina mi sento un po' sola e così ti scrivo. Potrei venire a trovarti nell'orto, sono pochi passi, ma ho bisogno ancora di caldo alle ossicine. Gli altri dormono, mi succede sempre: mi sveglio per prima e ho voglia di chiacchierare.
Il tuo tronco è sottile come il mio braccio, ho visto che ti è uscita tutta una specie di resina e ha fatto una bolla arancione. Ho pensato fosse il tuo modo di dirmi che vorresti vivere in un altro posto, in un'altra terra. Dove ti piacerebbe stare?
A me lì piace, è come un'oasi. Lì mi è accaduta la cosa più brutta della mia vita, sono quasi sicura che appena ti ho toccato tu lo hai saputo. Ma è lì che ho anche fatto mille scoperte meravigliose e che ho lasciato che il sole mi prendesse la faccia: mi ha preso la faccia a due mani stringendomi le guance e non me l'ha più lasciata, nemmeno di notte.

Cosa si sussurrano le tue radici là sotto? Una volta ho immaginato che mi crescessero le radici dalle pupille. Sì, perché in realtà si dice sempre che mettere le radici significa fermarsi ma se ci pensi bene vuol dire nutrirsi e a me con gli occhi sembra sempre di nutrirmi.
È come una pace che allaga lo sguardo, come succhiare il latte direttamente dai colori: il verde chiarissimo dei germogli, il giallo delle spighe di riso al sole e il marrone pieno della terra appena arata. Lo guardo e il colore diventa calore, la materia si mette a bruciare e non si consuma, è lì tutta per me.
Attorno ci sono campi di meliga e fossi di ricci e leprotti, tramonti rosa spillo che ti bucano la gola e nebbie profonde come sipari magici. Quando arrivo nell'orto, dopo la piccola curva, il mondo resta dietro ed è subito lontanissimo, so che lui mi guarda ma non importa. I pioppi bianchi scintillano per aria e mi dicono di brillare pure io, di non dimenticarmene.
La strada una volta proseguiva fino al fiume e per quel cammino a piedi i rami diventavano bastoni, i sassolini si ricordavano di essere monili e le orecchie ascoltavano il suono delle libellule in volo senza sapere cosa fosse. E poi infine il Po: disarmante, bellissimo e riottoso. Lui inquinato ed io comunque innamorata.
Non c'è più quella strada, ne hanno costruita un'altra di là ma non è bella, è fatta di asfalto.

Dolce Benvenuto, andrò fino alla fine dell'argine laggiù e urlerò il tuo nome, no, prima guarderò la diga, guarderò il ribollire freddo dell'acqua e poi urlerò il tuo nome. E faremo un esperimento, per vedere se in quel vento ti arriverà anche l'acqua che ribolle o solo il mio amore per te.
Poi correrò indietro senza fermarmi, correrò veloce da avere il fiatone così quando sarò vicina respirerò tanto forte che ti sembrerà di correre e poi mi stenderò per terra arrotolata sotto la tua piccolissima ombra e proveremo fino a che punto puoi leggermi nel pensiero.

Arriveranno le api, lo sai. Ti piacciono le api? Credo di sì. Anche a me piacciono, ma se mi pungono posso morire. Con gli occhi cerco di seguire il loro disegno nell'aria, credo che ci sia proprio un disegno nel loro volo ma è nascosto, è una scrittura invisibile, e poi ogni volta perdo il filo e la linea si disfa come un fiocco troppo blando.

Se io potessi fiorire come fai tu, una volta all'anno, chissà... che meraviglia. Ma forse ogni volta avrei paura di non fare fiori, a febbraio sarei già preoccupatissima, notte e giorno preoccupata. Tu hai mai paura di non fare i fiori?
Papà dice che sei malato, anche se sei appena arrivato. Ti ha dipinto tutto il tronco di verderame, a me sembri carino così, dai, fai finta che sia un vestito, praticamente è un tubino color verde acqua, una medicina che è anche un vestito, un vestito che ti cura.
Di sicuro devi guarire, perché abbiamo fatto un patto, te lo ricordi? Io ti dò i baci e tu le albicocce. Va bene?
Questo pomeriggio arrivo,

                                       tua Serafina 

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