mercoledì 18 luglio 2012

Settimo giorno sotto la pioggia


La luce dell'alba inondò la stanza come una bambina che corre chiassosa e felice dai suoi genitori, la sera prima Annabelle aveva dimenticato di chiudere le persiane e così si svegliò molto presto: sbarrò gli occhi e fissò il soffitto come dovesse spiegarle tutto quanto.
"Annabelle..."

Le accadeva spesso e anche nel mezzo dell'allarme lei lo sapeva, uno smarrimento tra il sonno e la veglia, niente di più comune... per questo la sua paura viaggiava mano nella mano con una consapevolezza rassicurante, che in fondo tutto si sarebbe sistemato e lei avrebbe presto ricordato chi era e cosa doveva fare. Eppure questa volta durò molto di più: Annabelle Radetzky restò inchiodata al letto per alcune ore, dominata soltanto dalla sensazione di un'abominevole colpa. Voleva lavarsela via e pianse: due lacrime perfette, nuove, piccole e giganti come laghi artificiali le nacquero dagli occhi e fu così che per la prima volta pianse, e subito dopo lo seppe: ecco che cos'era un sogno.

Si girò su un fianco sporgendosi poco fuori dal letto:
"Ti ritroverò presto, Annabelle, e questa volta balleremo insieme sotto la pioggia, una scarpa ciascuna".

Da quel momento, Annabelle Radetzky pianse e sognò irregolarmente ogni giorno e ogni notte della sua vita, per consumare quel dolore che si chiamava come lei e non era poi così cattivo, anch'esso la maggior parte dei giorni non sapeva chi era e cosa doveva fare.  

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