domenica 22 luglio 2012

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Il quarto giro dei 7GIORNI è stato sotto la pioggia, insieme alla pittrice Elisa Muliere. Lei metteva un copricapo e io glielo toglievo, lei toglieva una scarpetta e io la rimettevo; insieme abbiamo visto due donne, dentro la stessa lacrima. Evviva gli esperimenti e la scrittura quotidiana! Grazie mille, Elisa. 
Ed ecco la storia tutta di fila, con due finali possibili (due disegni e due testi alternativi, li trovate uno di fila all'altro indicati dagli asterischi).



Annabelle Radetzky non aveva mai pianto
(sette giorni sotto la pioggia)


Annabelle Radetzky non aveva mai pianto in ventisette anni, quaranta giorni, otto ore e due secondi, ma a lei quel tempo sembrava molto di più. Era un tempo antico, terrestre, di ghiacciai e di caverne, era un tempo disumano, tutto dentro di lei. Ogni giorno di quei novemilaottocentonovantacinque giorni Annabelle aveva misurato atteggiamenti, sorrisi, parole. Aveva sistemato matite, vestiti, stoviglie, vasi. Aveva pazientato, provveduto, ragionato e accordato. Ma adesso basta.


Al centro esatto di Regarde Plaza, la donna ad occhi chiusi tirò molto lentamente una estremità del nastro del suo copricapo e sciolse il fiocco che la assicurava coperta, lo sciolse come un patto solenne. Fu allora che iniziò a piovere e non smise per sette giorni.  


Da quel gesto in avanti i suoi sogni si sarebbero allagati, il palmo della sua mano si sarebbe allagato, la sua casa, la casa dei suoi amici, le strade che percorrevano abitualmente: allagate. Tutti i fiumi in cui aveva nuotato sarebbero straripati, ma prima, prima di tutto questo, Annabelle Radetzky sembrò pentirsi per semplice abitudine. Le avevano insegnato la quieta sicurezza di non avere scelta e lei pacificamente l'aveva sempre coltivata. Ora, con i capelli in preda ad un vento feroce, poteva solo tentare di rimediare al suo desiderio.

"Non piangere, Annabelle" – si sforzò – e rincorse il suo telo mentre l'aria glielo portava via ogni volta che gli si avvicinava di più, con uno scatto, come una beffa, un'avida giostra che nega la coda del vincitore.
Il telo si impigliò ad un ramo e quando finalmente la donna pensò che lo avrebbe riavuto, la sua attenzione fu catturata da qualcos'altro: c'era qualcuno sull'albero e sembrava aspettare proprio lei.  


Nei suoi occhi ora c'era Annabelle, l'altra, uguale ma diversa. Era un'armonia verde che le si srotolava dentro, una campitura di blu atzeco che la immobilizzava, uno specchio d'acqua che la tranquillizzava con una melodia a bocca chiusa.
Le due donne si fissarono come incantate l'una dall'altra e il mondo attorno fece una giravolta: sparì, persino la pioggia non aveva più odore. Annabelle Radetzky osservava rapita la fattura della sua pelle, la linea degli zigomi, l'angolo interno da cui l'occhio inizia a diventare occhio e fu lì, esattamente lì, che si riconobbe.
C'erano entrambe, parevano galleggiare in una sorta di pozza la cui acqua era più trasparente degli invisibili e sotto quest'acqua Annabelle riuscì a scorgere una ferita. 
"Ferita" - disse, come per interpellare quel dolore e domandargli da dove provenisse, ma immediatamente la donna di fronte a lei scattò in una corsa furiosa, se ne andò saltando da un albero all'altro e poi sui tetti, i cornicioni, qualunque cose non fosse già sommersa, perché la pioggia stava invadendo tutto.  

Annabelle la seguì ma non era forte abbastanza: scivolò e svenne. 


"Vieni con me, staremo bene di nuovo insieme, te lo prometto. Ti ricordi quando siedevamo sull'albero zitte a guardare tutte le cose barcollare? Ti ricordi, Annabelle? Ma poi tu hai avuto paura di cadere e ti sei buttata giù. Mi hai ferita, non ti è importato di abbandonarmi.
Io ti ho salvata, ti ho trattenuta con me. Tu ti sei rialzata, ti sei appiccicata un cerotto colorato e hai cercato con tutte le tue energie di dimenticare. E adesso eccolo qui il tuo dolore di acqua dolce e salata che vuole annegarci.
Mi hai tagliata via come una stupida ciocca di capelli: non lo sai che i capelli ricrescono sempre, Annabelle? Siamo legate. Non puoi sbarazzarti di te. Non puoi..."

Annabelle si risvegliò bruscamente, appesa fra il sogno e l'acqua che le stava alla gola: "Vattene! Non so chi sei! Lasciami!" ma quella donna non aveva intenzione di demordere. Fu allora che Annabelle Radetzky capì cosa doveva fare e a ventisette anni, quaranta giorni, dieci ore e sei secondi di vita si rimangiò il suo unico atroce pianto, lo tirò indietro come una risacca velenosa e tragica, senza rimedio, lo riprese dentro di sé, lacrima per lacrima.

Bevve quasi tutto, le strade si asciugarono di corsa sotto una luna prepotente, le case si liberarono, i fiumi tornarono in sé, pizzicati da una pioggia piccola, morente. Restò solo un rigagnolo che luccicava nella notte e non sapeva dove andare.


Ma lei sì, lei sapeva dove andare: a casa, fra le sue stoviglie e tovaglie, a regolare tutto e niente. Avrebbe ripreso la sua vita e le avrebbe annodato un bel fiocco sotto al mento, per non lasciarsela sfuggire mai più. 
Si sentiva già meglio, la notte era luminosa, la guidava e non c'era altro che le servisse, felicemente sola.  Eppure si guardò dentro, forse per sbaglio, e la vide: era lì, in mezzo alla sua acqua, nuotava beffarda e innamorata. Non era affatto sparita e calzava la sua scarpa sinistra!
Annabelle sapeva bene che finché Annabelle, l'altra, avesse indossato la metà del suo cammino, non sarebbe stata libera di scegliere e allora lottò, la inseguì con le mani, cercò di agguantarla e annegarla ma lei era sempre lì, con la sua scarpetta e il suo sorriso che galleggiava come una gondola. 
"Ridammela! Ridammela e sparisci!" - urlò. 
"E dimmi, di che colore lo vorresti questa volta il fiocco?" - ribatté l'altra calma.
Annabelle non rispose, spaventata e adirata, ma ai suoi piedi comparve un pacco. Un pacco sigillato e ornato da un fiocco blu.


I pacchi regalo le avevano sempre suscitato un certo sospetto: scatole chiuse che non vogliono dirti i loro segreti, nemmeno in cambio dei tuoi, e ti guardano, ti guardano impassibili. Questa volta, poi, si sentiva ancora più minacciata.
Lo osservò a lungo, ci camminò tutto intorno guardinga, infine si chinò a ginocchia aperte, lo sfiorò con la punta delle dita e gli sussurrò: "Adesso ti apro... piano...".

Annabelle Radetzky tirò molto lentamente una estremità del nastro e, mentre il fiocco blu lucido si scioglieva, tutto attornò a lei sembrò cambiare: non era più sotto la luna, ora è dentro. Nella sua stanza di ragazzina, quando tutto le sembrava senza senso e lei sentiva questo dolore senza sapere che era dolore. Si svegliava con una sensazione di colpa o di solitudine e non poteva attribuirgli una motivazione.... "Sogni" – le dicevano i suoi genitori – "avrai fatto brutti sogni." Ma Annabelle non sognava mai, non sognava e non piangeva, come le avevano insegnato.
In un colpo solo due pareti della scatola avevano dato la resa: "Ecco il nostro segreto" – sembrarono dichiarare.

La sua scarpa sinistra era lì, accompagnata da un bigliettino. Annabelle la indossò il più velocemnete possibile e corse via, ignorando la scritta. Corse fino a che ebbe fiato e accanto al fiume legò il nastro ad un ramo, lo stesso su cui si era arrampicata quel pomeriggio. Poi con forza si annodò l'altra parte al collo e smise. 


*La luce dell'alba inondò la stanza come una bambina che corre chiassosa e felice dai suoi genitori, la sera prima Annabelle aveva dimenticato di chiudere le persiane e così si svegliò molto presto: sbarrò gli occhi e fissò il soffitto come dovesse spiegarle tutto quanto.
"Annabelle..."

Le accadeva spesso e anche nel mezzo dell'allarme lei lo sapeva, uno smarrimento tra il sonno e la veglia, niente di più comune... per questo la sua paura viaggiava mano nella mano con una consapevolezza rassicurante, che in fondo tutto si sarebbe sistemato e lei avrebbe presto ricordato chi era e cosa doveva fare. Eppure questa volta durò molto di più: Annabelle Radetzky restò inchiodata al letto per alcune ore, dominata soltanto dalla sensazione di un'abominevole colpa. Voleva lavarsela via e pianse: due lacrime perfette, nuove, piccole e giganti come laghi artificiali le nacquero dagli occhi e fu così che per la prima volta pianse, e subito dopo lo seppe: ecco che cos'era un sogno.

Si girò su un fianco sporgendosi poco fuori dal letto:
"Ti ritroverò presto, Annabelle, e questa volta balleremo insieme sotto la pioggia, una scarpa ciascuna".

Da quel momento, Annabelle Radetzky pianse e sognò irregolarmente ogni giorno e ogni notte della sua vita, per consumare quel dolore che si chiamava come lei e non era poi così cattivo, anch'esso la maggior parte dei giorni non sapeva chi era e cosa doveva fare.  



**Una bambina esplorava le sponde del fiume durante una delle sue spedizioni segrete e trovò un tesoro: due scarpette e un bellissimo nastro. Si tolse i suoi sandaletti e provò subito le nuove scarpe, le stavano decisamente larghe ma le piacevano anche per questo. Dentro quelle scarpe sarebbe stata più grande e chissà quali altri tesori avrebbe scovato. Si legò i capelli in una coda di cavallo e ci fece un fiocco perfetto, come la mamma le aveva appena insegnato: era pronta per inoltrarsi nel verde più fitto.



Illustrazioni di Elisa Muliere

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