domenica 15 luglio 2012

Quarto giorno sotto la pioggia



"Vieni con me, staremo bene di nuovo insieme, te lo prometto. Ti ricordi quando siedevamo sull'albero zitte a guardare tutte le cose barcollare? Ti ricordi, Annabelle? Ma poi tu hai avuto paura di cadere e ti sei buttata giù. Mi hai ferita, non ti è importato di abbandonarmi.
Io ti ho salvata, ti ho trattenuta con me. Tu ti sei rialzata, ti sei appiccicata un cerotto colorato e hai cercato con tutte le tue energie di dimenticare. E adesso eccolo qui il tuo dolore di acqua dolce e salata che vuole annegarci.
Mi hai tagliata via come una stupida ciocca di capelli: non lo sai che i capelli ricrescono sempre, Annabelle? Siamo legate. Non puoi sbarazzarti di te. Non puoi..."

Annabelle si risvegliò bruscamente, appesa fra il sogno e l'acqua che le stava alla gola: "Vattene! Non so chi sei! Lasciami!" ma quella donna non aveva intenzione di demordere. Fu allora che Annabelle Radetzky capì cosa doveva fare e a ventisette anni, quaranta giorni, dieci ore e sei secondi di vita si rimangiò il suo unico atroce pianto, lo tirò indietro come una risacca velenosa e tragica, senza rimedio, lo riprese dentro di sé, lacrima per lacrima.

Bevve quasi tutto, le strade si asciugarono di corsa sotto una luna prepotente, le case si liberarono, i fiumi tornarono in sé, pizzicati da una pioggia piccola, morente. Restò solo un rigagnolo che luccicava nella notte e non sapeva dove andare.

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